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Incontro Febbaio 2014

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INCONTRO DI FAMIGLIE IN CAMMINO

Milano, febbraio 2014

 

FEDE, AMORE E VERITA’

 

La fede senza verità  non salva, non rende sicuri i nostri passi.

La comprensione della Fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente  e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà.

 

 

DON GIANCARLO:  Con la preghiera del Vespero, oltre agli amici di Famiglie in cammino assenti perché malati, ricordiamo le Chiese perseguitate, soprattutto dove i cristiani sono minoranza e, o per fanatismo o a causa di guerre, sono oggetto di persecuzione. C’è una fuga, un abbandono continuo di queste terre; nel Medio Oriente c’è  il pericolo che i luoghi dell’Incarnazione di Gesù, cioè i luoghi delle radici del fatto cristiano, rimangano privi della presenza dei cristiani. Dio non voglia:  se accadesse questo,  la Terra Santa diventerebbe un museo archeologico e non più un luogo di vita sulle orme contemporanee di Gesù.

 

 

 

 

NATALE (Usmate):  Dopo questa preghiera dei Vesperi apriamo il nostro cuore parlando delle esperienze vissute in questo mese.

DON GIANCARLO:  Abbiamo segnalato in anticipo un mese fa anche per lettera i contenuti dell’enciclica “Lumen Fidei”,  perché chi li accosta cammin facendo ha un concomitante arricchimento di conoscenza, di suggerimenti che poi invitano alla domanda e alla consapevolezza del cammino di appartenenza a Cristo in una vicinanza di condivisione, di affezione, di comunione, di amore.

MATTEO (Busto Arsizio):  Io ho letto due o tre volte il secondo capitolo. La cosa che mi ha colpito di più è la parte dove dice “La fede senza verità  non salva, non rende sicuri i nostri passi”. Cosa vuol dire?

DON GIANCARLO:  E’ chiara la domanda. In questo caso bisogna collegarla alla tesi che il papa vuole sostenere e anche documentare partendo dalla natura dell’uomo, poi dalla rivelazione biblica che a sua volta  contiene la storia dell’Alleanza fino alla conferma di Gesù quando cita la frase del profeta Isaia “Se non crederete, non comprenderete” (n.23 della “Lumen Fidei”). Al di là delle disquisizioni esegetiche questa frase ci vuole indicare che  la Fede è una strada (anzi la vera strada) per la conoscenza della verità, a differenza di quello che dal 1700 in poi in Europa si è andato affermando e  che si è poi enormemente diffuso nel secolo ventesimo con l’impennata della scienza e delle scoperte tecnologiche, che hanno contribuito a far dire al mondo laicista che la Fede è solo qualcosa che può servire all’individuo, perché ha una dimensione da collocare nella sfera dei sentimenti, ma non ha nulla a che fare con la sfera della razionalità e quindi della ricerca della verità. L’empirismo e lo scientismo sostengono questo: la verità che conta è solo la scienza e la ricerca scientifica.  Nella ricerca della verità la Fede con c’entra nulla. Invece in questo capitolo della “Lumen Fidei” il Magistero della Chiesa ribadisce che  Fede e Ragione sono due fattori che si rafforzano, si completano, si sostengono a vicenda, tesi sostenuta anche nell’enciclica di Giovanni  Paolo II “Fides  et  Ratio”, che inizia con la bellissima metafora della Fede e della Ragione paragonate a due ali che permettono di accelerare la salita verso la conoscenza e l’esperienza del mistero nel cuore dell’uomo. La  verità connessa alla Fede diventa risposta a tutti i perché e alle esigenze primarie, elementari costitutive sia del cuore umano, sia della storia cosmica, la  verità di cui si parla è ciò che interessa la realtà. La Fede e la verità non possono ridursi ad un bel sentimento che consola e riscalda, ma che resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi ed è di conseguenza incapace di sorreggere in  un cammino costante la vita. Se la Fede fosse la proiezione di stati d’animo o di emozioni mutevoli, di fronte a prove di un certo spessore che la vita ci può presentare, si sarebbe vanificata. La Fede non  è emozione, sentimento, illusione, ma è giudizio sulla realtà e dove c’è un giudizio sulla realtà vuol dire che è in gioco una presa di posizione dell’intelletto, della ragione, della libertà che obbedisce e sottostà al giudizio della Fede che diventa ragionevole. Con essa la volontà, l’affettività hanno, nonostante i conflitti interiori e per usare un termine caro all’alpinismo, una sorta di gancio a cui aggrapparsi per non precipitare.

MARIA ROSA (Milano):  Le tue parole, don Giancarlo, mi ricordano quando, in occasione della morte di mio figlio, delle persone mi dicevano di aggrapparmi alla Fede e io mi arrabbiavo a questo invito. Devo ora constatare quanto avessero ragione, dato che ora con il passare del tempo mi rendo conto che mi davano lo spunto per andare avanti. Dopo tanti anni, leggendo, pregando e studiando, ho capito che volevano aiutarci. In  particolare ricordo un amico che mi spronava ad aver Fede, a cui è nato un nipote autistico. In questo caso ho provato io a invitarlo ad accettare questo bambino maturando la propria Fede. Questo amico però in un primo momento, come mi era capitato,  non ha accolto questo invito, ma poi anche lui con il passare del tempo quando lo incontro, ringrazia me e mio marito di questa esortazione alla Fede.

DON GIANCARLO:  Ecco, tu stai descrivendo il metodo che Gesù ha usato e che da duemila anni la Chiesa sta usando nei confronti dei fedeli. La Fede cresce attraverso l’ascolto e attraverso il vedere. C’è uno sguardo del cuore che è dato dalla Fede e c’è una comprensione del cuore che è data dall’ascolto. La Fede è fidarsi di qualcuno, di certi segni che sono entrati nella vita e hanno portato uno sprazzo di luce, una curiosità, una sorpresa. E’ il segno del manifestarsi  del mistero di amore che è Dio, un Dio che ha fatto irruzione sul cammino della tua, della nostra vita.  “Nella vita di sant’Agostino – ci ricorda la “Lumen Fidei” al n.33 - troviamo un esempio significativo di questo cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della Fede, da cui ha ricevuto nuova comprensione”. Come in Agostino, c’è bisogno del tempo per il maturarsi nella Fede e quindi per l’emergere di una nuova coscienza di sé e del significato di ciò che è accaduto e ha segnato il cammino della vita personale o della storia, che può con il tempo dare un senso di positività anche alla morte di un figlio. Un’affermazione del genere appare come irragionevole, contrastante con il sentire del cuore di una mamma o di un papà, ma la Fede compie questo miracolo, che genera la trasformazione di un modo di pensare, di interpretare, di giudicare la vita. E’ questione di tempo, non nel senso che il tempo medica, frase fatta. Il  tempo  di fronte alla morte di un figlio non risolve nulla, se non è caratterizzato dalla ricerca della  potenza dell’uomo nuovo di  Cristo Risorto che dà il centuplo quaggiù insieme alla croce. Di conseguenza  il tuo modo di pensare non rimane più il tuo di singolo; diventa il pensiero di Cristo, il modo di pensare di Cristo. “Tutto è vostro ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” ci ricorda san Paolo.

MARIA ROSA (Milano): A conferma di ciò ricordo che alla Messa da poco celebrata in occasione dell’anniversario della morte del  figlio di Valentina e Giancarlo, il parroco ha letto quanto hanno scritto questi due nostri amici alla luce della Fede nel Cristo risorto. Uno scritto che ha stupito tutti i presenti.

EMMA (Milano):  Andando al cimitero di Lambrate ho visto una scritta di genitori che hanno perso un figlio: “Signore  non ti ringrazio perché me lo hai preso, ma perché me lo hai dato”. C’è voluto del tempo prima di capirne il significato.

GINO (Milano): Mi ricordo anni fa, in un’ intervista ad “Avvenire” fatta con Giorgio Macchi, mi sono sentito di dire: “Ti ringrazio Signore per avermi cambiato”. Prima ero  indignato con il Signore per la morte di mio figlio, ora invece  sento di aver fatto un cammino di conversione.

MARCELLO:   Nella “Lumen Fidei” al punto  n. 26 si afferma: “La Fede conosce in quanto è legata all’amore, in quanto l’amore stesso porta una luce. La comprensione della Fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente  e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà”. Si tratta di un’affermazione che ha colpito me e mia moglie Marisa. Anche noi ci siamo fatti tante domande dopo aver perso un figlio, riguardo all’amore di Dio. Il pensiero del papa è illuminante:  “L’amore vero unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa  una luce nuova  verso una vita grande  e piena”  (n.27). Penso che si possa raggiungere questo con gli anni; io sono riuscito a capire dopo tanti anni cosa era questo amore vero, cosa era questo amore di Gesù.

DON GIANCARLO:  Cosa hai capito da  questo amore?

MARCELLO (Busto Arsizio):  Ho capito che devo accogliere quanto ci è successo nella certezza  che un giorno ci sarà rivelato il senso vero. Ho capito di seguire Gesù con il suo insegnamento, di non chiudermi in me stesso, di non chiedermi più quello che poteva essere, se Dio avesse fatto il miracolo della guarigione di mio figlio. Ho invece capito di dire grazie al Signore per quello che mi sta dando, di non sentirmi distrutto per quello che ci è successo, ma di accettare questo grande dolore come l’inizio di una vita nuova nella certezza che questo dolore mi unisce alla Croce di Cristo come segno di salvezza anche per me.

DON GIANCARLO:  Se  avete in mano il testo dell’enciclica, continuiamo la questione dell’amore citata da Marcello che è un nesso di interdipendenza con la Fede. Fede e amore sono uno stimolo, una strada alla conoscenza della verità che rende liberi, è la verità che ci farà liberi. Chiedo a Giuseppe di leggere il capitoletto al n. 27 perché è bellissimo.

GIUSEPPE: (Milano):  “E’ noto – scrive il papa -  il modo in cui il filosofo Ludwig Wittgenstein ha spiegato la connessione tra la fede e la certezza. Credere sarebbe simile, secondo lui, all’esperienza dell’innamoramento, concepita come qualcosa di soggettivo, improponibile come  verità valida per tutti. All’uomo moderno sembra, infatti, che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore risulta oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità”.

DON GIANCARLO:  Chiaro?  La questione dell’amore non c’entra nulla come risorsa. Secondo questa affermazione l’amore non è una risorsa che aiuta o spinge alla conoscenza del vero, perché l’amore è una dimensione da collocare e da relegare nella sfera dei sentimenti e delle emozioni, che sono mutevoli. Infatti l’innamoramento è una grande emozione ma che non dura, se uno riduce e concepisce l’amore alla fase dell’innamoramento, cioè alla fase della sentimentalità o delle pulsioni forti emotive, affettive e sessuali. Ma l’amore è un’altra cosa. Proseguiamo nella lettura.

GIUSEPPE:  “Davvero questa è una descrizione  adeguata dell’amore? In realtà, l’amore non si può ridurre a un sentimento che va e viene. Esso tocca sì la nostra affettività, ma per aprirla alla persona amata e iniziare così un cammino, che è un uscire dalla chiusura nel proprio io e andare verso l’altra persona, per edificare un rapporto duraturo; l’amore mira all’unione con la persona amata.  Si rivela allora in che senso l’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti  e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi  della nostra persona e diventa  una luce nuova verso una vita grande e piena.  Senza la verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto.

Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona.

DON GIANCARLO:  Diventa un’idea, aggiungo. L’idea ha mai entusiasmato qualcuno? L’amore che scopre la verità presente nell’altro o da comunicare all’altro, rende testimoni sino al martirio, cioè sino al dono di sé e fa rimanere con la persona, segno dell’amore totale a lei, per cinquanta sessant’anni, per tutta la vita, anche con tutte le croci e le fatiche che la diversità dei caratteri, delle abitudini, dei modi di pensare,  di agire comportano nella convivenza coniugale o nella relazione familiare o in relazioni più ampie. L’amore è quel legame nel quale l’io si apre e capisce di dover spendersi per te, con te sull’onda del per sempre. Oggi il con te, per te (l’ha ricordato anche il papa) vale fino a che  dura.  Vige l’obiezione sul  “per sempre”, ma un amore che non si gioca e non rischia sul “per sempre” è un sentimento; non è una dimensione legata alla verità, perché l’amore parte dalla sorgente della verità e ama il flusso di purificazione e di alimentazione nella verità.

GIUSEPPE:  “La verità  che cerchiamo, - scrive il papa - quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza  di verità,  che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata. In questo senso San Gregorio Magno ha scritto che “amor ipse notitia est”,  l’amore stesso è una conoscenza, porta con sé una logica nuova. Si tratta di un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose. Questa scoperta dell’amore – continua la “Lumen Fidei” al n. 29 - come fonte di conoscenza, che appartiene all’esperienza originaria  di ogni uomo, trova espressione autorevole nella concezione biblica della Fede. Gustando l’amore con cui Dio lo ha scelto e lo ha generato come popolo, Israele arriva a comprendere l’unità del disegno divino dall’origine al compimento. La conoscenza della Fede, per il fatto di nascere dall’amore di Dio che stabilisce l’Alleanza, è conoscenza che illumina un cammino nella storia. E’ per questo, inoltre, che nella Bibbia verità e fedeltà vanno insieme: il Dio vero è il Dio fedele, Colui che mantiene le sue promesse e permette, nel tempo, di comprendere il suo disegno. Attraverso l’esperienza dei profeti,  nel dolore dell’esilio e nella speranza di un ritorno definitivo alla città santa,  Israele ha intuito che questa  verità di Dio si estendeva oltre la propria storia, per abbracciare la storia intera del mondo, a cominciare dalla creazione. La conoscenza della fede illumina non solo il percorso  particolare di un popolo, ma il corso intero del mondo creato dalla sua origine alla sua consumazione.”

DON GIANCARLO:  Per questo, grazie alla Fede, l’uomo ha una conoscenza sintetica su tutta la realtà, ha la possibilità di stare davanti a tutti e a tutto, sapendo che la traiettoria del cammino di ciascuno e di tutti al proprio destino è ascensionale e non circolare.

MARISA (Busto Arsizio):  Allora è proprio per questo che, se la Fede aiuta il mondo a capire, è chiaro che il mondo ha paura e perciò la combatte.

DON GIANCARLO:  Oggi di fronte alle tante accuse ingiustificate nei confronti della Chiesa sulla pedofilia, sono in gioco non la questione della pedofilia ma della cristianofobia. Purtroppo la società/mondo ha una pseudo conoscenza di Dio, tanto è vero che nel documento uscito a Ginevra da parte di una commissione dell’ONU che avrebbe invece dovuto risolvere la drammatica questione siriana, c’è l’attacco non alle religioni politeiste ma al credo monoteista, perché, secondo questa visione puerile, nel politeismo c’è spazio per tutti e per tutto. Il politeismo è giustificato dal relativismo che è la visione culturale e dittatoriale di questa epoca postmoderna. Nel monoteismo, secondo i membri di questo assurdo documento, non c’è spazio per la pluralità di pensieri e di visioni; dall’affermazione di un unicum assoluto, il Dio Creatore, il Dio Amore, il Dio Giudice, è facile scivolare nel fondamentalismo, cioè nella assolutizzazione di questo rapporto con l’Entità superiore al punto da rendere gli uomini fanatici, per cui ritengono che i cristiani siano fanatici perché monoteisti e che in quanto fanatici sono contrari alla legge sull’omofobia e a tutto quello che l’ideologia di genere, oggi in fase di espansione, propugna. Ma alla base di queste affermazioni c’è un’aberrante visione di Dio e del contenuto della Fede.

DINO (S. Lorenzo di Parabiago):   Come hai detto tu, don Giancarlo, questa dichiarazione fa passare il grande scandalo, che è avvenuto con la pedofilia, come un attacco a tutti quei valori in cui i cristiani da sempre credono e che vivono. Il mondo cristiano dovrebbe stare più attento:  siccome noi viviamo in un’epoca di relativismo è questo il pericolo nel quale noi caschiamo.

DON GIANCARLO:   C’è di buono che si sta svegliando  la sensibilità di molti cristiani, e anche di uomini di buona volontà che, pur non riconoscendosi cristiani, sono retti e ragionevoli. Non so se siete al corrente delleSentinelle  in piedi”, un movimento nato da poco in Italia, che ha preso le mosse e vive in connessione con il movimento francese “La Manif pour Tous”. E’ sorto per difendere la libertà di espressione minacciata dalla cosiddetta "legge contro l'omofobia" e per la difesa della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna. In tante città, come a Milano, stanno crescendo queste manifestazioni. I manifestanti, stando in piedi, hanno scelto una protesta non violenta e silenziosa e con i libri in mano, per dimostrare che si tengono informati. Oggi c’è tanta disinformazione: bisogna prima informarci noi per poi aiutare gli altri, perché l’annuncio della verità è aiutare gli altri a stare di fronte alla bellezza del vero e lasciarsi illuminare e condurre da essa.

NATALE  (Usmate):  In chiusura ricordo che alcuni di noi hanno chiesto al papa di accoglierci, inviandogli questa lettera:

“Caro papa Francesco,

siamo un gruppo di genitori lombardi accomunati dalla perdita di figli in giovane età e, da parecchi anni, facenti parte di una libera aggregazione denominata “Famiglie in cammino”. Nei suoi magisteriali interventi Ella ci ricorda frequentemente di “non lasciarci derubare della speranza”. Noi sentiamo vivo questo suo richiamo perché l’abbiamo sofferto e lo soffriamo ancora nel profondo del nostro animo e nel vivo della nostra carne.

Con lo sguardo rivolto a Cristo risorto e con la guida di don Giancarlo Greco, parroco in un quartiere periferico di Milano, da anni cerchiamo di trasfigurare il dolore che, di fronte al corpo senza vita dei nostri figli, ci avrebbe portato alla disperazione o ad un’amara rassegnazione.

Le saremmo grati se ci permettesse di incontrarLa durante una sua celebrazione eucaristica in Santa Marta o in altra occasione. La sua presenza e la sua parola ci aiuterebbero a consolidare la nostra speranza e a spronarci per essere di cristiano conforto ad altri genitori, segnati dalla nostra stessa ferita, che il Signore  ha già messo e continuerà a mettere sul nostro cammino.

Grazie, Santo Padre, per il suo costante richiamo alla Speranza!

Con affetto filiale. Famiglie in cammino”.

 

 

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