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Incontro di Gennaio 2014

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Milano, 19 gennaio 2014

 

 

La vita, la fede e l’Eterno

 

 

L’Eterno è venuto a dirci che siamo frutto del suo amore e che la vita ci è data e affidata in dono; per quanto tempo e dentro quali modalità non siamo noi a deciderlo, ma Lui.

 

DON GIANCARLO:  Domenica scorsa abbiamo meditato nel Vangelo della Messa il Battesimo di Gesù. Questo Battesimo non è un rito di purificazione come per ogni altro uomo, tanto è vero che Giovanni il cugino si schermiva dicendo: “Sono io che devo essere battezzato da te e non viceversa”, ma Gesù da ebreo osservante e fedele per adesso lascia fare. Ma questo Battesimo  è un’epifania del divino, perché Gesù sente la voce del Padre che lo aiuta a capire a livello adulto, trentenne, con piena coscienza la sua identità arrivata ormai alla svolta definitiva: “Questi  è mio figlio Unigenito nel quale mi compiaccio , ascoltatelo”. 

Ci richiama all’esperienza di ciascuno di noi; quando a livello adulto matura, per gli incontri che gli accadono, l’autocoscienza, cambia la vita, ha una svolta. Il momento del Battesimo è l’occasione di un incontro straordinario, imprevisto, ma che accade come una delle innumerevoli epifanie del mistero di Dio Padre, che soccorre l’uomo, dà luce all’uomo. Se ci sono intenzioni che ci stanno a cuore, diciamocele che così ci educhiamo in questa settimana ecumenica di preghiere per la riconciliazione e l’unità delle Chiese. Consegnarsi a Cristo diventa possibilità di apertura cattolica, cioè universale, all’abbraccio di cui solo Dio è capace, è amore, è verità, è pazienza, è misericordia.

 

NATALE (Usmate):  Invita alla preghiera per tutti gli amici di Famiglie in cammino, che non sono presenti perché ammalati. Ricordo a tutti, come ormai siamo abituati, che il nostro incontro è anche un modo per confrontarci come viviamo questo nostro dramma della perdita di un figlio, in quale modo e attraverso questo dolore cosa abbiamo maturato. L’esperienza fatta ci fa capire che solo attraverso un percorso di fede si riesce a dare un giusto indirizzo a quello che noi stiamo compiendo. L’enciclica “Lumen Fidei” ci invita a riflettere. Per questo incontro abbiamo suggerito come riflessione “Abbiamo creduto all’amore” da pagina 7 a pagina 16 (cap. I).

 

NAZZARENO (Tradate):  Io penso che la grande gioia che la fede ci dona è un fatto che deve essere capito per  rapportarci giorno dopo giorno, perché continui a segnare il nostro cammino. Questo cammino ci porta all’incontro con Colui che ci ha creati: è questo che arricchisce la nostra esistenza, un’esistenza che, se siamo in pace con la nostra coscienza,  ci  sprona ad  aiutare chi si incontra sulla nostra strada. Dobbiamo metterci in ascolto della parola di Dio come ha fatto Abramo, il padre della Fede. Dobbiamo accogliere le sue parole che ci dicono che Dio premia la fedeltà. Possiamo dire tutti che Dio ci prova, ma non ci abbandona mai; ci resta sempre vicino per consolarci e di questo noi tutti siamo testimoni. Come Abramo dobbiamo fidarci e affidarci totalmente a Lui, che ci garantisce la vita senza fine dopo la morte corporale. Dobbiamo ritenerci fortunati di avere un Dio misericordioso, che sempre accoglie e perdona, e ci orienta sulla giusta via.

DON GIANCARLO:  Quanto hai detto riassume ciò che  il Magistero della Chiesa insegna da duemila anni. La questione sulla quale dobbiamo riflettere è: cosa c’entra questo con la mia vita, perché altrimenti mi soffermo ad esprimere  la dottrina del cristianesimo che Dio ci prova ma non ci abbandona, che Dio premia la fedeltà come ha premiato la fedeltà di Abramo … Per la tua vita ho colto che la gioia del credere non è scontata; tu dici ho bisogno di un cammino di fede che mi dia pace e mi permetta di donare pace anche ad altri.

NAZZARENO:  Io ho sempre bisogno di ascoltare la parola di Dio, perché mi dà pace.

DON GIANCARLO:  E’ adeguata alla tua sete, alla tua domanda. Se non risulta tale, occorre verificarsi. Nella prima lettura della Messa di questa domenica viene narrato il fatto che gli israeliti hanno “litigato” con il Signore per la mancanza di acqua. Anche Mosè e il fratello Aronne, anziché affidarsi e consegnarsi alla presenza buona del Signore, si sono uniti a questa protesta, a questa mancanza di fede. Il Signore chiede di convocare il popolo, di prendere un bastone e a Mosè di percuotere la roccia, dove scaturisce acqua in abbondanza.  Diverso  invece l’atteggiamento di Maria a Cana, dove anche lì c’è la prova: la mancanza di vino nel pranzo di nozze. Chi si accorge è  la Madre di Gesù, che di fronte alla prova, non si lamenta, non si scandalizza, non recrimina:  atteggiamenti peraltro diffusissimi quando si è dentro la prova. Di fronte al figlio Gesù, nel quale ha intravisto un non so che di potenza straordinaria,non si ferma alla sua prima risposta: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”, ma invita i servitori a fare “tutto quello che vi dirà”.  La conseguenza fu, come si sa, la tramutazione dell’acqua in vino, e vino buono. “Questo” conclude Giovanni che ha memorizzato questa esperienza “fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù: egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Si accorsero che il fidarsi di quella compagnia era adeguato, l’ipotesi del fidarsi era giusta, era adeguata cioè conveniva perché dava un di più, dava un centuplo. Ora l’uomo acquisisce una certezza ulteriore che tu, Nazareno, hai definito convinzione; quando si vive un legame con amore e la vita per amore a quel legame, la vita illumina, convince di più.

MATTEO (Busto Arsizio): L’amore richiama quello che Papa Francesco diceva sull’essere innamorati di Gesù. Come facciamo  ad innamorarci di Gesù? Voi Sacerdoti cosa potete fare per farci innamorare di Gesù? Noi non ce la facciamo da soli.

DON GIANCARLO:  Ce lo ha suggerito Gesù: “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in Lui …” E ancora:  “Imparate da me che sono mite e umile di cuore … Io sono la via, la verità e la vita;  io sono la Resurrezione, sono il Buon Pastore”. Gesù ci chiede di tenere aperto il cuore alla sua presenza. Ci ha indicato dove trovarla; non è lasciata all’inventiva nostra, agli umori nostri, alle nostre supposizioni, alle nostre interpretazioni; ma ce lo ha detto Lui. Il primo luogo dove incontrarlo è la Chiesa. Chi sta dentro la Chiesa, chi riconosce la compagnia garantita dallo Spirito e guidata dal Magistero e dal Vescovo di Roma è sicuro di essere in rapporto con Gesù, è sicuro di essere sostenuto, alimentato, accompagnato, purificato da Lui perché l’iniziativa è sua. La Chiesa non è nostra è sua; è Lui che pensa a noi, non viceversa. Poi ha messo a disposizione altri sette segni, i Sacramenti, di cui uno dei più importanti è il Sacramento della misericordia, anche se quasi più nessuno dei battezzati si confessa. Il “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto” implica il legame da vivere  come grido, come domanda; questa è la preghiera. Vogliamo pensare nell’arco di una giornata il tempo che investiamo per l’efficacia, la fecondità, l’irrobustimento della fede?  E’ poco, quasi niente: l’impazienza, la fretta ci dominano. Occorre avere la libertà del discernimento, che è vagliate ogni cosa per trattenere il valore, cioè ciò che vale, ciò che dà forza.

GABRIELLA (Gallarate):   Occorre  passare dalla  religione intesa come conoscenza, alla religione che è fidarsi e affidarsi a Dio. Io mi fido di Dio, mi fido di Gesù, mi fido e mi affido nelle mie difficoltà; molte volte il mio cammino si ferma, molte volte riprende, molte volte torna indietro, però avverto come necessità quella di sentire Dio presente, Gesù presente e la Comunione dei Santi. Noi recitiamo il Credo ed è diventato come un’abitudine; non diciamolo solo con le parole ma anche con il cuore! Quando io dico “Credo nelle cose visibili ed invisibili” e in questo “invisibili” c’è dentro tutto. Non dobbiamo fare tanti ragionamenti; dobbiamo affidarci e poi tutto il resto viene da sé. Se noi abbiamo questa apertura del cuore e anche della mente i doni dello Spirito arrivano e ci aiutano quando meno ce lo aspettiamo. Probabilmente io non avrei questa fede se non avessi perso mio figlio; è drammatico dirlo. Mi sembra che nella morte di mio figlio ci sia quasi un disegno: con la sua morte e con l’aiuto di Dio, mi sono buttata nelle braccia del Signore e da subito ho detto, non egoisticamente perché me lo hai preso, ma grazie perché me lo hai donato ed ora lo affido a te e anche alla Madonna perché lei è la vera mamma.

MARY (Vimercate):  Quando mio figlio Simone è volato in cielo, mi sono letteralmente  attaccata alla fede. Per me la fede è stata un’ancora di salvezza e lo è tutt’ora nel senso che, quando sono disperata, ho imparato a pregare e ad affidarmi. Ma io temo che non arriverò mai al punto di dire quello che tu, Gabriella, sei riuscita a dire. Credo che per te sia una conquista e che tu stia bene così; io vorrei diventare come te e poter dire: “Signore, dopo Simone sono diventata una persona migliore”.

GABRIELLA (Gallarate):  Io non dico di essere migliore, però capisco quali sono i miei errori; cosa che prima non accadeva. Mi metto in discussione, mentre prima non mi mettevo neppure in discussione. Però io, mio figlio Marco, lo sento vivo. La differenza forse è questa: sento che c’è, lo sento vivo e ho avuto anche dei segni che non ho mai cercato e che mi hanno dato questa certezza. Penso sempre a cosa vogliano dire le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. Viviamo queste tre virtù, mettiamole in pratica, affidandoci a Dio.

MARY (Vimercate):  Migliore come dici tu è riuscire a mettermi più in discussione e avere acquisito una sensibilità diversa anche nel confronto degli altri. E’ aver capito che è vero che quando tu dai, ricevi molto di più, stai bene di più perché ricevi comunque il doppio di quello che dai. Anch’io percepisco dei segni che sono razionalmente inspiegabili. C’è anche pudore talvolta a manifestarli; probabilmente quello è l’unico modo che ha mio figlio per farmi capire che c’è, in modo diverso ma c’è. Però ci sono dei giorni in cui sento troppo la sua mancanza fisica. La vostra non è una convinzione, è una certezza e io vi ammiro.

GABRIELLA:  Mi è venuto spontaneo parlare del libro di Giulia Gabrieli, di cui abbiamo sentito la testimonianza dei genitori, a un insegnante di religione che conosco. Questi ne ha parlato in classe; così anche alcuni ragazzini hanno avuto modo di riflettere un po’ di più. Noi non abbiamo un’alternativa; ci dobbiamo affidare a Dio, perché sappiamo da sempre che la morte  esiste;  solo che ci pensiamo quando ci tocca da vicino. Uno dei sensi di colpa più grossi è quello di non avere provato dolore per la morte di altri ragazzi. Io non ho sofferto per la morte ad esempio del figlio di una persona che conoscevo, anche se non era mia amica; la morte degli altri ci lasciava, non dico indifferenti,  ma si risolveva con una parolina di conforto, e tutto finiva lì. Invece dobbiamo pensare alla morte come all’inizio di una vera vita, ma per pensare a questo dobbiamo interrogarci anche sulla nostra Fede.

DON GIANCARLO:  Il problema della morte e dell’Eterno  è oggetto di discussione fin dall’inizio della storia. In un certo senso non c’è passo della letteratura, della filosofia, della storia delle religioni  che non  si sia misurato con questo argomento. C’è una questione di fondo che è il contenuto della fede: il Mistero, L’Eterno non lo abbiamo fatto noi, c’è  da sempre perché è l’Eterno ed è l’Eterno che ha deciso l’altro ieri di svelarsi, di farsi conoscere. Parlo dell’altro ieri in rapporto alla lunghezza della storia dell’universo e del genere umano. Lui è sovrano e usa della sua libertà se ha voluto scomodarsi per amore, venire verso di noi per illuminarci e svelarci le coordinate, i fondamentali dell’esistenza, il valore del senso del destino umano. La fede è stare in ascolto di Colui che è venuto e di quello che ci ha detto. Su questa base ci sono due implicazioni che a parer mio possono risultare illuminanti, anche se non  convincenti razionalmente ma persuasive, man mano che l’individuo ne fa esperienza. Ho già sentito da molti altri quello che ci ha raccontato Gabriella. Quello che tu Gabriella hai detto adesso è possibile, non all’inizio della prova drammatica della perdita di tuo figlio, ma solo dentro il percorso di fede  e a distanza di anni, quando il cerchio si è ristretto e ha permesso all’intelligenza e al cuore della singola persona che è in gioco cosa vuol dire il senso della vita. E’ innaturale che un genitore sopravviva al figlio, ma questo è un postulato matematico e non reale, un postulato scientista. L’Eterno è venuto a dirci  che siamo frutto del suo amore e che la vita ci è data e affidata in dono; per quanto tempo e dentro quali modalità non siamo noi a deciderlo, ma Lui. Ci è chiesto di essere aperti a questo dono e di viverlo, di essere riconoscenti per tutto il tempo nel quale questo dono ci è stato affidato.

UN GENITORE:  Questo volevo dire anch’io. Io sopravvivo ringraziando Dio di avermi dato questo dono della vita.

DON GIANCARLO:  C’è però un’altra cosa che volevo dire ed è quello di cui parlava Mary. Lei dice: io come mamma non potrò mai arrivare a dire grazie a Dio perché arrivare a togliermelo è stato quasi un passaggio obbligato voluto da Lui per farmi capire altro. Infatti io non lo dico mai come postulato, lo scopro e lo ho già ascoltato da molti; lo dico in termini di stupore miracoloso, quello che razionalmente, umanamente, affettivamente, sarebbe una assurdità dire. Però nelle braccia di Lui, che è tutto e lasciandoci fare da Lui, vale la canzone “Lasciati fare da chi ti conosce, lasciati fare da chi ama te”. Accade anche quello che oggi avete sentito da una mamma. Mi auguro che possa diventare nel tempo un’esperienza di tutti di fronte ai drammi, alle tragedie, agli  scompensi, alle ingiustizie, se però c’è un di più che ti permette di fermarti, di voltarti indietro e riconsiderare la perdita non più come perdita ma come una strada stretta, dopo la quale ti trovi davanti ad un orizzonte luminoso.

RITA:  Io quando ho perso mio figlio, quattordici anni fa, dopo tre anni mi sono sentita chiamare al telefono da un sacerdote del mio paese. Mi ha riferito che si voleva fare un quadro da lasciare in Chiesa dove poter ricordare i ragazzi andati in Cielo e ho acconsentito. Ora sento sempre di più la necessità di andare in chiesa: mi sembra che mio figlio mi chiami.

DON GIANCARLO:  Su queste cose poi ognuno di noi è preso da suggestioni, esperienze, ricordi, ma ci stiamo spostando da quei contenuti che riguardano il dono della fede. Questa è un’esperienza esistenzialmente, razionalmente vissuta, valutata, che rimane dentro di noi come certezza, come convinzione, come criterio nuovo conoscitivo per continuare ad accostare la realtà e la vita. Gli esempi che vengono portati al n.13-14-15 dell’enciclica “Lumen Fidei”, dove si parla di Mosè e di Abramo, sono esempi grandi che hanno fatto la storia millenaria del monoteismo. Ad essi possono essere accostate e conosciute certe figure di santi. Noi ad aprile avremo la canonizzazione di Giovanni Paolo II e di papa Giovanni XXIII, santi come San Giovanni Bosco la cui urna arriverà prossimamente qui a Milano e in Diocesi. Sono figure che danno lo spunto per  rivisitare il loro cammino, i loro messaggi;  sono ancoraggi luminosi che sostengono, che danno conforto e saggezza. Pensate che al termine del primo secolo, in uno dei primi catechismi che circolavano e di cui con la Didachè abbiamo la memoria viva, ad un certo punto si dice come esortazione ai cristiani, cinquanta sessant’anni dopo la dipartita di Gesù: “Guardate ogni giorno il volto dei Santi per trovare conforto e riposo nel loro messaggio”. E’ lo stare a scuola di questi che dà un convincimento, una certezza, una solidità, una consistenza alla personale identità.

 

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